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| Autore: | House of violin [ 26/06/2013, 16:13 ] |
| Oggetto del messaggio: | Goran Bregovic |
A cura di Fausto Caporali Ogni tanto ricompare, per poi scomparire chissà dove; ma ha quell’anima da girovago che neppure la modernizzazione più spinta riesce a scalfire, e ovunque arrivi, trova ad aspettarlo moltissimi giovani e meno giovani: Goran Bregovic, il meglio della musica di oggi dell’est europeo. Qualche anno fa aveva piantato la tenda -si fa per dire- anche da queste parti: peccato che il suo concerto era inserito in una rassegna concertistica tradizionalissima, quelle che vanno avanti da decenni a forza di Beethoven, Brahms, Ravel e nient’altro-per-carità, con il risultato che per una volta quella rassegna scicchettona ebbe un pienone enorme di pubblico, ma allo stesso tempo gli abbonati della classica se ne andarono alla chetichella dopo qualche valangata di decibel dal palco. Di per sé, un musicofilo ottimista poteva sperare in qualche operazione di giuntura fra diverse tradizioni musicali, fra musica classica e musica moderna per esempio, oppure qualche opera multimediale e/o multietnica, qualche breccia salutare nel muro dell’ortodossia culturale, uno squarcio nel pigro tran tran del nirvana classicistico…vedere qualche steccato che cade, insomma. Apparentemente, niente di tutto questo (che finalmente da altre parti si comincia a sentire: ricordate il balletto alla Scala su musiche di Vasco Rossi? O l’orchestra classica che suona melodie di Morricone, o la fuga sul tema di Lady Gaga che spopola sul web? Ecco, questi sono segnali che disegnano il futuro). Quella volta fu propinata al permaloso abitué della concertista una sfilza di canzonette della migliore tendenza folkloristica e popolare condite in salsa rock, colore locale e melodie tradizionali slave con i propri ritmi o rivisitate a suon di tango, reggae, rock e ballad. Operazioni che potrebbero assomigliare a quello che da noi un qualsiasi gruppo di liscio ha già fatto da decenni con le nostre melodie. Ma c’è una differenza, e non da poco: come mai il liscio non andrà mai oltre i confini regionali? Perché non può cambiare di una virgola né il suono, né gli accordi, né i ritmi, né i passi, i testi e quant’altro deve restare confinato nella cifra locale e nella mente chiusa del fruitore di provincia. Se prendete la melodietta locale, ne fate esplodere i suoni mettendovi tutta l’esperienza e la potenza del rock internazionale, insaporite con qualche accordo furbo, reinventate i ritmi, fate a meno di cadere nelle solite cadenze, ci mettete parole un po’ più dignitose di “sole, cuore, amore”, beh, allora cominciate a parlare una lingua globale; come oggi si stanno incrociando le razze, così si vanno modificando i linguaggi, fecondandosi a vicenda. Tanti fanno così; solo che qui c’è un qualcosa che non abbiamo mai sentito e un’energia tutta nuova. Goran Bregovic: un talentaccio, non c’è che dire. Di quei fenomeni che difficilmente si riesce a spiegare razionalmente: non è un gran chitarrista, non ha una voce particolare, la band di ottoni che lo accompagna di solito ha tutta l’aria di essere di un livello poco più che strapaesano-istintivo, le voci bulgare cantano semplici melodie in terza o in sesta (avete presente i canti della merla? ecco, qualcosa di appena più complicato), i ritmi non hanno sottigliezze eccessive, i suoni sono tendenzialmente grezzi e al naturale. Eppure.. Eppure la musica è un carrarmato ritmico che travolge il pubblico e il confine tra palcoscenico e ascoltatori viene annullato da una carica comunicativa (che la classica ha perso da gran tempo) quasi feroce; certi intervalli fascinosi di musica folk piombano dritti nelle teste e nei piedi, i giri armonici inesorabili e qualche caro vecchio ostinato barocco (c’era pure un basso di passacaglia che risale a chissaquando) si rivelano una travolgente macchina sonora. Hai voglia a vedertela con la classica: quella, al confronto, sembra un malato in catalessi e il concerto sembra un rito totemistico di una minoranza che vive nell’autosolipsismo intellettuale. Probabilmente questa musica piace perché è stramaledettamente semplice, fatta in modo che la massaia di Voghera se la canticchi in cucina tra un fritto e un tiramisu; secoli di storia folkloristica che vengono pressati in uno spazio di attualità rock, trapana i media e raggiunge il grande pubblico. Tutto qui. Il resto lo fa la voglia di nuovo, il sound originale in mezzo agli altri, il motivetto arrogantemente banale, le storie da raccontare e quell’imponderabile che è inutile volersi spiegare perché appartiene alla sincerità delle cose irriflesse. Concettualmente è musica che riporta alla filosofia del mordi e getta che, a ben vedere, apparteneva alla musica cosiddetta colta fino a Mozart (anche se qualcuno vi trova il sublime...) e che è andata persa con l’esasperato individualismo romantico. Sono solo canzonette, diceva qualcuno; ma sono il segno del nostro tempo e quel qualcosa, che dentro evidentemente c’è, ha tutta l’aria di essere il nostro futuro. |
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