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Dove va la musica oggi
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Autore:  Fausto Caporali [ 17/06/2011, 21:32 ]
Oggetto del messaggio:  Dove va la musica oggi

Dove va la musica oggi

Dopo che i grandi baracconi festivalieri hanno chiuso i battenti planando, un po’ stancamente a dire il vero, nella loro provinciale bonaccia di idee, viene un po’ la voglia di fare due conti per non sentirsi addosso la convinzione di averci visto male. Anche perché hai un bel dire che la cultura è tutta lì e che se non c’è in mezzo musica datata di almeno un centinaio di anni non è da prendere quasi in considerazione. In realtà, anche mettendo nel paniere i concerti patinati da quello specchietto per le allodole che chiamasi “evento”, i numeri parlano chiaro: la classica è in disarmo su ogni fronte, i conti lì sono perennemente in rosso, il numero di spettatori/ascoltatori è paurosamente basso rispetto ai costi, i giovani sbandierati a prospettare improbabili rinascite non vi si fanno vedere se non in percentuali di orsi albini; forse è il caso di fare uno sforzo e pensare che la cultura musicale si fa anche (ma vien da dire: soprattutto) su tutt’altri binari. Certo, si scombinano le categorie. Non è neppure facile capire chi fa e cosa resterà, chi rivoluziona e chi s’accoda, chi cammina avanti e chi interpreta il presente. Basta trovarsi di fronte un musicista d’oggi, un jazzista, un cantante o un arrangiatore, ed ecco che il nodo si fa aggrovigliato per i cultori della classica.
Facciamo qualche esempio? Prendiamo un concerto di un artista jazz. Intanto non si sa mai bene che cosa ti aspetta, a questi concerti, quello, il musicista dico, va a ruota libera, non ti spiega un brano o uno stacco, non ti fa capire se ci azzecca o no, se sa leggere note, se sa cos’è uno straccio di partitura; le categorie notarili classiche qui non sanno proprio a cosa appigliarsi. Ahimè, qui il musicista è nudo, non ha mica la parrucca di un Bach o di un Beethoven, non ha dietro i quarti di nobiltà predicati dalla storiografia a garantirne il valore indiscutibile. Di questa musica, poi, non resta nulla, si esaurisce appena finita; il musicista non la ripete mai identica, anzi a lui non interessa proprio la fissità pavloviana dell’esecuzione. Spesso non c’è nemmeno un programma, una traccia, un titoletto, niente di niente. La questione è che quel musicista vuol parlare direttamente al cuore o all’emozione, non al tuo codice di decodifica classica; ma troppa è la distanza, e andiamo a fare un altro esempio.
Prendiamo una canzonetta qualsiasi: dove starebbe qui un barlume non dico profondità, ma almeno di decenza intellettuale in mezzo a mozziconi sdruciti di poesia o frasette e cinguettii di innamorati, dov’è la maestria antica in un giro armonico di sei-sette-non-di-più accordi, dov’è la grande architettura, lo scandaglio del sentimento, la rappresentazione dell’uomo, la scenografia del sublime? Si potrebbe continuare, con questo frasario ottocentesco ormai divenuto relitto fossile a-critico dei critici. Anche qui la risposta potrebbe essere semplice e complessa allo stesso tempo: questa è la lingua di oggi, quella classica è lingua da museo.
In realtà, è nel nuovo che la modernità accade, che si coagulano energie, che si sentono accelerate più o meno prudenti verso l’inedito, è lì che si va al cuore dei problemi, che si creano pensatoi aperti al mondo e che la storia si costruisce per piccoli passi. Certo, non ci si può nascondere che c’è chi corre troppo, come tutto il jazz per esempio, da parecchi decenni in qua, che si scopre a trovarsi troppe leghe al di sotto della superficie su cui galleggia la maggior parte dei fruitori di musica moderna. Come per qualsiasi attività troppo specialistica (Bach, Mozart, Beethoven, -e altri ancora-, quando si sono avventurati su strade troppo complicate sono stati regolarmente messi da parte: qualcuno sa che alla prima esecuzione della Nona sinfonia il pubblico se ne andò a metà esecuzione? E che i suoi ultimi quartetti furono considerati per decenni un rebus per enigmisti dell’arte? Qualcuno sa che il plico-omaggio contenente l’Offerta musicale di Bach non fu nemmeno aperto), si fatica a tener dietro a questi avventurieri dello spirito. Ma in compenso c’è la tranquillo tran-tran della normalità che si rende presente nella godimento estetico della medietà sonora e ci sono cercatori di inedita umanità che si accontentano delle parole di tutti i giorni.
C’è chi fa grandi numeri e chi piccoli numeri -mai in perdita, signori-, ma questi sono gli artisti che cercano a proprio rischio le tracce possibili di un presente e di un futuro, quelle che immancabilmente la realtà aggiusterà per approssimazione al semplice.
Anche la musica è specchio del mondo.
Proveremo a decifrarlo, magari punto per punto, a piccole dosi, ringraziando già fin d’ora i visitatori del forum per la pazienza e con la convinzione che la musica è tutt’altro che morta, anzi non è mai stata così viva come oggi.

FAUSTO CAPORALI

Autore:  Fabio Stirpe [ 14/07/2011, 2:46 ]
Oggetto del messaggio:  Re: Dove va la musica oggi

Il musicista “leggero” di oggi e’ supportato da un congegno mediatico e da un’impresa discografica che non hanno precedenti nella storia (se non per qualche flebile paragone con i mecenati delle varie epoche) e che, per loro interessi economici, spronano un certo tipo di attività culturale. Il successo di una determinata forma musicale rispetto ad un’altra mi parrebbe almeno viziato, polarizzato, quindi. La televisione e’ un mezzo di comunicazione (come pure la radio, anche se meno) che viene ascoltato spesso con distrazione. E’ difficile che in una pubblicità si preferisca usare un pezzo classico (termine improprio) rispetto ad uno leggero (anche qui termine improprio ma altrettanto efficace). Aggiungiamo anche che la musica leggera, quella rock in particolare, rappresenta spesso l’identità ed il modo di essere di generazioni di migliaia di ascoltatori. Il successo, o il valore artistico di un pezzo, viene associato più al cantante, al personaggio che egli rappresenta per l’ascoltatore, non al pezzo in se (alcuni cantanti hanno ricevuto, giustamente a mio avviso, la laurea ad honorem in scienze della comunicazione). Diversamente e’ per la classica dove, e’ vero che si guarda a quel direttore/esecutore piuttosto che a tal altro ma, ciò che più conta è l’opera eseguita.
Mi parrebbe argomento diverso il fatto che molti che si occupano di musica classica escludano a priori la cultura della musica leggera. Ma mi pare anche che molti che si occupano di musica leggera escludano, con lo stesso atteggiamento e determinazione, la cultura della musica classica. Allora chi guida l’evoluzione dell’arte?
In fin dei conti, tutte le espressioni dell’essere umano partono dai bisogni primari, e legati alla necessita’ comuni dell’essere, per sfociare, immancabilmente, in elaborazioni di tipo intellettuale che divengono, necessariamente, appannaggio di pochi. Il jazz, quello più distante dal blues dal quale e’ scaturito in origine, o dalle Big Band di New Orleans, non e’ più così popolare. Il blues, nella forma delle 12 battute (o 16), era musica del popolo ed e’ efficace a tutt’oggi. Alcune forme jazz degli anni successivi sono divenute cosi’ sofisticate da sembrare quasi atte a soddisfare le capacita’ “logico/matematiche” degli improvvisatori e non le esigenze dell’ascoltatore. Si parte dal concreto per andare verso livelli di astrazione sempre maggiori e più distanti dai bisogni originali e le fasi di questo percorso sono legate in maniera causale.

Cosa potrebbe essere, secondo lei, il nuovo all’interno del quale far accadere la modernità?
Come si fa’ a far comprendere alle decine di diplomandi/allievi dei Conservatori, o autodidatti, che il poeta, oltre a saper interpretare le poesie d’altri, deve sapere poetare egli stesso, ed universalmente?

Fabio.

Autore:  Fausto Caporali [ 10/09/2011, 21:39 ]
Oggetto del messaggio:  Re: Dove va la musica oggi

Il musicista “leggero” di oggi e’ supportato da un congegno mediatico e da un’impresa discografica che non hanno precedenti nella storia (se non per qualche flebile paragone con i mecenati delle varie epoche) e che, per loro interessi economici, spronano un certo tipo di attività culturale. Il successo di una determinata forma musicale rispetto ad un’altra mi parrebbe almeno viziato, polarizzato, quindi.

A mio avviso, proprio la presenza di un supporto economico dimostra la necessità contingente, la vitalità e la validità sociale di un genere artistico; al contrario, ciò che è finanziato per volontà esterna (le concertistiche, le stagioni liriche sono tenute in piedi al di fuori di un mercato) è destinato a venire meno perché non risponde a bisogni profondi, ma a idee culturali più o meno datate; le manifestazioni a costo zero o gratuite (ne sappiamo qualcosa noi della classica) non valgono nulla perché ciò che si regala non dimostra niente.

La televisione e’ un mezzo di comunicazione (come pure la radio, anche se meno) che viene ascoltato spesso con distrazione. E’ difficile che in una pubblicità si preferisca usare un pezzo classico (termine improprio) rispetto ad uno leggero (anche qui termine improprio ma altrettanto efficace). Aggiungiamo anche che la musica leggera, quella rock in particolare, rappresenta spesso l’identità ed il modo di essere di generazioni di migliaia di ascoltatori. Il successo, o il valore artistico di un pezzo, viene associato più al cantante, al personaggio che egli rappresenta per l’ascoltatore, non al pezzo in se (alcuni cantanti hanno ricevuto, giustamente a mio avviso, la laurea ad honorem in scienze della comunicazione). Diversamente e’ per la classica dove, e’ vero che si guarda a quel direttore/esecutore piuttosto che a tal altro ma, ciò che più conta è l’opera eseguita.

Anche qui mi sento di non essere d’accordo: Muti oggi viene applaudito e il Beethoven che ha diretto passa in secondo piano; in realtà Muti vive perché qualcuno gli ha fornito una partitura e se gli togli la partitura non resta niente perché lui non sa fare nulla di simile a ciò che ha fatto Beethoven e si vede l’abisso che separa il musicista dall’interprete; personalmente lo chiamo vivere con la parrucca di altri, e Muti è il contenitore che vive grazie al contenuto: forse il divismo fa parte della musica,visto che l’80% delle partiture non ha bisogno del direttore d’orchestra (fino a Beethoven compreso non esisteva neppure come figura), ma oggi sembra il top dei musicisti; per me è vuoto che luccica.

Mi parrebbe argomento diverso il fatto che molti che si occupano di musica classica escludano a priori la cultura della musica leggera. Ma mi pare anche che molti che si occupano di musica leggera escludano, con lo stesso atteggiamento e determinazione, la cultura della musica classica. Allora chi guida l’evoluzione dell’arte?
In fin dei conti, tutte le espressioni dell’essere umano partono dai bisogni primari, e legati alla necessita’ comuni dell’essere, per sfociare, immancabilmente, in elaborazioni di tipo intellettuale che divengono, necessariamente, appannaggio di pochi. Il jazz, quello più distante dal blues dal quale e’ scaturito in origine, o dalle Big Band di New Orleans, non e’ più così popolare. Il blues, nella forma delle 12 battute (o 16), era musica del popolo ed e’ efficace a tutt’oggi. Alcune forme jazz degli anni successivi sono divenute cosi’ sofisticate da sembrare quasi atte a soddisfare le capacita’ “logico/matematiche” degli improvvisatori e non le esigenze dell’ascoltatore. Si parte dal concreto per andare verso livelli di astrazione sempre maggiori e più distanti dai bisogni originali e le fasi di questo percorso sono legate in maniera causale.

Cosa potrebbe essere, secondo lei, il nuovo all’interno del quale far accadere la modernità?

Il nuovo è intorno a noi: sono le nostre categorie che tendono ad essere rigide per comprendere la realtà e le categorie del musicista classico sono le più ferme che io possa immaginare; un tempo la novità ci metteva secoli o decenni a muovere in avanti la storia, ora tutti sono in contatto con tutti e ciò che suona inedito in una parte del mondo immediatamente viene divulgato; là dove una musica entra nella vita delle persone facendosi riascoltare sedimentandosi nella sensibilità, là si disegna la modernità; come i popoli si incrociano, così le musiche si mescolano e il futuro sarà un crossover continuo.


Come si fa’ a far comprendere alle decine di diplomandi/allievi dei Conservatori, o autodidatti, che il poeta, oltre a saper interpretare le poesie d’altri, deve sapere poetare egli stesso, ed universalmente?

Magari averci la ricetta….Forse occorre far capire che i dogmatismi sono retaggio del passato, che occorre fare attenzione alla tecnica di oggi (gli strumenti moderni creano suoni eccezionali), che occorre porsi in ascolto di sé e della realtà che ci circonda e cercare di creare corrispondenze biunivoche.

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