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La musica classica è morta? 4
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Autore:  Fausto Caporali [ 21/07/2012, 7:43 ]
Oggetto del messaggio:  La musica classica è morta? 4

Altro criterio estetico: l’autenticità; un’opera sarebbe tanto più valida quanto più si pone autenticamente nuova. Probabilmente qui si intende un giudizio di sincerità, di interiorità corrispondente in tutto e per tutto al proprio essere. In questo caso è da annotare solo marginalmente che l’esecutore (un pianista o un violinista o un’orchestra classica, per dire) di oggi che ricorre alle partiture del passato è inautentico, perché egli vive di musiche di altri e senza di quelle non può esistere. La sua visione estetica è quella di altri, la musica che fa è di altri, egli deve riportare il più esattamente possibile qualcosa di altre epoche. Il musicista commerciale di oggi opera semplicemente secondo le categorie dell’oggi, ma ponendosi in confronto ad essi con una propria fisionomia; ogni artista è riconoscibile per una cifra propria, poco differente dagli altri, ma chiara a chi è dentro al genere; alcuni campi sono secondari e improduttivi (il liscio, che non cambia mai nulla e resta nella sua imperturbabile inconsistenza), altri sono troppo complessi (il jazz, per esempio: e come può uscire dalla sua nicchia, complesso com’è, certo assai più che un Bach e un Beethoven…). Ma poi, occorre ammettere che quando Bach si ispirava o copiava Palestrina o Vivaldi, non faceva opera autentica nel vero senso del termine, oppure quando Mozart riprendeva il contrappunto da Haendel o Chopin il melodizzare dell’opera rossiniana sul pianoforte o Bruckner l’armonia wagneriana; e che dire di tutti quei personaggi secondari della storia della musica, che sembrano la fotocopia sbiadita dei grandi della loro epoca? Telemann di Bach, Schutz di Monteverdi, Orlando di Lasso di Palestrina, Cherubini di Haydn, potremo lasciarli completamente da parte perché epigoni? Forse che erano meno autentici quando facevano opera originale da quando riprendevano stilemi altrui? Probabilmente i compartimenti stagni non sono presenti che nella testa di chi ragiona per steccati.

Altra categoria estetica (fra le tante di cui mai sono stati messi a punto i criteri scientifici ma che vengono addotti a motivazioni di un giudizio estetico) potrebbe essere quella di qualità compositiva e cioè se un’opera sia o no una buona composizione. Criterio del tutto soggettivo, poiché dal punto di vista di Beethoven, la musica di Bach era inespressiva; Listz per far apprezzare Mozart vi aggiungeva valanghe di arpeggi e trilli. E come si spiega che musiche di qualità ordinaria siano diventate il tormentone di intere generazioni a partire da Per elisa, alla Ninna nanna di Brahms, all’Ave Maria di Schubert, ecc.; sono queste il meglio dei loro autori? Ben sappiamo l’opinione che ne hanno i critici locupletati e ben vediamo la differenza con altre opere degli stessi autori, ma evidentemente il volgo non si cura poi tanto della bontà compositiva. Soltanto uno storico può operare un confronto con il passato e dedurne la superiorità compositiva del passato: e chi non vede che una sinfonia di Beethoven è più complessa di una canzonetta di Bennato? Ma egli dovrà confrontare anche Brahms con Monteverdi o Wagner con Vivaldi e dire chiaramente chi resta valido nel confronto, se vuole fare il confronto. Ma ci dovrebbe spiegare anche come mai quegli artisti non eseguivano né stimavano valida tutta la musica del passato: come mai Brahms riteneva valida la musica di Bach ma non quella di Haendel, Mozart invece al contrario, stimava Haendel più di Bach, Chopin conosceva del suo passato solo qualche Preludio e Fuga del Clavicembalo ben temperato di Bach e si degnava di suonare poco altro: evidentemente questi musicisti non ritenevano superiore il passato a loro stessi e la loro conoscenza del passato non implicava senso di subalternità ma solo appropriazione creativa.
Potremmo aggiungere però qualche altra connotazione che si lega al fatto che è normale definire la musica classica “grande musica”: spesso è musica monumentale, le forme a partire da Beethoven sono grandiose, i solisti studiano a lungo per eseguire brani solistici, le opere sono articolate e complesse. Questo è un altro motivo per cui un musicista classico ritiene superiore questa musica e per cui egli può figurare come esecutore; la difficoltà della musica che egli presenta esige preparazione e offre titolo di esistenza e di merito; proprio dal tardoromanticismo in poi la difficoltà di eseguire musica di ampio respiro ha creato l’interprete diverso dall’autore. Se Mozart, Schubert, Schumann eseguivano solo proprie musiche, dai von Bülow, dai Rubinstein in poi il musicista poteva vivere della musica di altri; il Novecento poi è arrivato a esaltare l’interprete sulla base del fatto che eseguire una sonata di Chopin o di Scrijabin è spettacolare già in sé, senza dover essere musicisti originali; ciò ha creato una storia di interpreti, che ora si sta concludendo perché da un lato ormai sono state esperite tantissime interpretazioni di uno stesso brano (e chi inventa più qualcosa di nuovo?), dall’altro, per quanto il suonare dal vivo sia importante (ma chissà fino a quando…), i mezzi di riproduzione quali CD, Internet, ecc., stanno acquisendo lo stesso valore della performance live e non c’è brano del passato che non possa essere riascoltato in qualsiasi momento e in qualsiasi interpretazione e in qualsiasi quantità; il bisogno di musica è soddisfatto anche in questo modo e l’aspetto economico (punto su cui non ci si ferma, ma che sarebbe da valutare insieme a tutto quanto) farà il resto.
Si può affermare che il contenuto della Nona di Beethoven sia eterno, e come tale è giusto che si riproponga, come si può immaginare che “Show must go on” dei Queen abbia un contenuto eterno e un senso tutt’altro che banale; la Nona parla secondo un linguaggio datato XIX secolo, “Show must go on” usa i suoni del XX; se uno spettatore moderno non regge i 60 minuti della Nona è solo in sintonia con il suo tempo, che reclama messaggi più concisi. Ma se l’orchestra reclama che la difficoltà della Nona merita molto pubblico, è possibile ribattere che quella difficoltà è fuori epoca, che è eccessiva per le orecchie della modernità, che quella musica riuscirà di nuovo a parlare ai molti (è chiaro che non parliamo degli specialisti, che hanno tutti i motivi per godere esteticamente della sinfonia) quando riuscirà a compenetrarsi nella modernità; e diciamo pure che se viene condensato il messaggio della Nona in un format compattato, è esattamente questa la possibilità della modernità di leggere e perpetuare un genio. Dunque, lo studio lungo ed esteso dello strumento classico porta ad un sovrappiù di complessità di cui oggi non c’è bisogno, a meno di avere la consapevolezza che ci si rivolgerà a un pubblico colto e sempre meno numeroso, che abbia le basi tecniche per poter comprendere tutto un brano lungo e complesso; la maggior parte del pubblico resterà ignorante, ma di una ignoranza beata che ha la propria musica da vivere e da godere, della quale soddisfare il bisogno estetico e che con il conoscere l’Inno europeo conosce già Beethoven. L’esperienza estetica non è un’esclusiva della musica classica.

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