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Ascoltando un quartetto di Brahms!
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Autore:  House of violin [ 09/04/2013, 20:07 ]
Oggetto del messaggio:  Ascoltando un quartetto di Brahms!

A cura di FAUSTO CAPORALI

Quel che non ci si aspetta da un concerto di musiche per quartetto di Brahms è l’entusiasmo senza riserve: se c’era un autore che non cercava il solletico facile facile, il puro e semplice cazzeggiare in musica, questo era il grande vecchio di Amburgo. Già, perché al sottoscritto la musica, per di più per quartetto, fa venire in mente sale semivuote, atmosfere intellettuali dove le solitudini e le nevrosi personali oscillano palpabili nello spazio e non trovano requie se non nell’accordo finale.
Non c’è dubbio che la musica di Brahms, all’interno della classica, rappresenta un polo fra i tanti approcci dell’ascoltar musica che percorrono la società moderna: è quello aulico del messaggio articolato, profondo, teso e denso, sempre tirato a filo di logica nei dettagli e nel contempo largo nelle spaziature, quasi un soliloquio che non smette se non quando si ritiene di aver sviscerato un argomento. Epperò chiede molto all’ascoltatore: chiede che la sua memoria si faccia carico di tutti quei sottili rimandi, che egli si immedesimi in quella retorica magniloquente alla D’Annunzio, che apprezzi quegli aggrovigliamenti da vivisezionatore nei dialoghi fra uno strumento e l’altro, che pazientemente attenda uno slargo più disteso o un contrappunto meno serrato. Il pubblico d’oggi ormai si sta facendo la sana idea che non esiste musica più importante e musica meno importante, musica colta e musica da poco, musica che ha storia e musica che non l’ha, musica che ha un messaggio alto e musica che non ha pretese: queste sono distinzioni che fanno solo i musicisti e gli estimatori della classica per tenere in piedi il loro mondo; il pubblico, nel suo semplicissimo bisogno di musica, non si balocca di tanti distinguo: segue l’istinto e va dove trova le care, vecchie emozioni.
Emozioni che si possono certo cogliere, se solo si entra (già, questo è il problema) nell’idea che quel quartetto è un microcosmo di individui che parlano amabilmente fra loro di un argomento qualsiasi, ora andando d’accordo, ora proponendo un altro pensiero, ora accavallandosi un po’, qui e là alzando la voce, buttando là idee e proposte o andando a ripescare il già detto per aggiungerci qualcosa e tentare una ricomposizione. D’altronde si sa che la musica da camera era il luogo di incontro di dilettanti per far musica insieme nel nome della cultura e dell’elevazione dello spirito -un tedesco capirebbe immediatamente cosa vuol dire, a un latino occorre spiegarglielo-, e il trovarsi a far musica era celebrare la gioia della comunione spirituale e dell’intesa reciproca. Il resto lo fa chi con le note confeziona il bello musicale; Brahms lo faceva con la serietà di chi lascia un messaggio alto e mai sotto il sublime, senza indulgere al superficiale e soprattutto, senza dimenticare la nobiltà di una missione, della propria missione. A tanta consapevolezza lo portava una grande storia che lui si sentiva di continuare e che al suo tempo aveva ancora intesa col mondo.
La sua è musica che appartiene al filone cosiddetto “colto” della storia, saggio di logica creativa, lacerto introspettivo, luogo dove già si preannunciano dissonanze esistenziali ma che gode di quel meriggio di perfezione musicale per cui ancora si comprende il senso della musica pur nella complessità di ordito. Certo, le simbologie si sprecano e non è difficile trovare le equivalenze fra questa musica e l’uomo d’oggi: come non vedervi un linguaggio cifrato e autoriflettente, la disgregazione nell’individualismo dell’oggi, o dall’altra parte, il tentativo di chiudersi in un mondo perfettamente consonante, di entrare in un vortice estetico per assaporare una madeleine mitica. Tutto ciò è plausibile, e quell’orecchio indiscreto che si interpone fra sodali che si divertono fra un tempo di sonata e un sorso di riesling, è un orecchio che reclama di far parte di un eden perduto.

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