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Ascoltando un oratorio barocco
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Autore:  House of violin [ 24/04/2013, 21:48 ]
Oggetto del messaggio:  Ascoltando un oratorio barocco

A cura di Fausto Caporali

Orfani del recente novecento, abbiamo sostituito riti antichi con nuovi, ma restiamo un po’ insensibili al senso del sacro come lo si intendeva una volta, bisogna ammetterlo. Ne possiamo cogliere tuttavia un riflesso, un po’ sbiadito a dire il vero, nei monumenti musicali di coloro che si dedicavano alla composizione di opere sacre, nelle quali si interpretava un comune sentire e vi si rifletteva, con cadenzare periodico come di rintocco di campana, il vivere sociale. E non importa cosa poi albergava nell’anima di un compositore, l’importante era affidarsi alla certezza di un divino immanente nella storia.
L’operazione di recupero di un oratorio barocco, per esempio, entra di diritto nelle cornici delle riesumazioni di opere antiche condotte secondo criteri filologici -da qui deriva quella asettica prospettiva da vivisezionista più che da condivisore di valori- in allestimenti del tutto privi di quelle ambientazioni che dicevano molto di più di una fredda scacchiera di musicisti su un presbiterio di oggi. Riandando a quell’epoca, si capisce che si voleva stupire l’ascoltatore. Prendi un Alessandro Scarlatti e il suo “Davidis pugna et victoria”, un numero via l’altro, fra assoli e intermezzi strumentali, arie e contrappunti serrati, in mezzo a varietà e sottolineature testuali, movimenti adagio e tratti spezzati, tirate e incastri polifonici: la musica doveva dare spettacolo e non si vergognava di prestarsi a tutta l’energia di cui si poteva dar prova all’epoca. Le restituzioni filologiche danno un po’ l’aspetto della musica anestetizzata, la rendono innocua per via della semplicità disarmante delle partiture, buone come sono di riprodurre soltanto le note scritte sul pentagramma (beata ovvietà). Ma è un dato di fatto che tutto l’apporto dato dai musicisti al momento è andato completamente perso, e doveva essere non poco: stando alle testimonianze trattatistiche del tempo, tanto i solisti quanto gli accompagnatori si permettevano ogni personalizzazione; addirittura qualche parte, come il continuo, neppure era scritta, tanto era soggettiva. Quando nacque, questa musica doveva suscitare meraviglia, commuovere, avvincere e suscitare emozioni; erano momenti di intrattenimento in cui il compositore tirava fuori tutta l’invenzione di cui era capace per amplificare le valenze di un testo e bucare, come si direbbe oggi, i sensi dell’ascoltatore; pure i cantanti ci mettevano del loro, eccome, e semmai ci sono musicisti che sanno connettersi a un pubblico, questi sono proprio loro con le loro peculiarità (come oggi, del resto, nel campo della leggera). Ma nel genere dell’oratorio c’era qualcosa in più: c’era la forza delle parole che si univano alle seduzioni della musica e andavano a costituire un connubio impareggiabile di forza apologetica ed efficacia musicale. I modelli erano quasi sempre gli stessi, le forme quelle solite, l’involucro era il medesimo per tutti gli oratori, scritti con una frequenza prodigiosa uno dopo l’altro; ma ciò che stava dentro, la musica, le note che pure cambiavano di poco ogni volta, dovevano stupire, rapire le orecchie, trascinare esecutori e pubblico in una nuova esperienza musicale. Ed è notevole osservare come Scarlatti inietti nel solito schema delle arie, dei cori e degli intermezzi strumentali roba forte, passi vigorosi, pennellate a tinte marcate in cui la reinvenzione dei luoghi tipici allora in voga si unisce a un mestiere smaliziato. Quei mezzi che a noi sembrano rudimentali dovevano essere gli effetti speciali dell’epoca sfoderati con un tale senso primordiale dell’effetto (immaginate la musica come può essere su parole come volare, furore, morte, vinceremo, ecc.) che, ad abituarcisi, cioè a far finta che la storia non sia passata, può, se non stupire o commuovere “gli affetti” come un tempo, almeno farsi apprezzare. Occorre un bello sforzo di fantasia, a sentire certe esecuzioni fatte di note una dopo l’altra, così, quasi come da impiegati della storia musicale; ma per fortuna resta un fondo estetico che dura nel tempo e ci parla ancora.

Autore:  House of violin [ 25/04/2013, 16:15 ]
Oggetto del messaggio:  Re: Ascoltando un oratorio barocco


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