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| Autore: | House of violin [ 25/09/2013, 22:43 ] |
| Oggetto del messaggio: | Ascoltando un concerto di musica medievale |
A cura di Fausto Caporali L’impressione non è molto lontana da quella che si prova guardando la Gioconda sotto vetro sulla sbiadita parete del Louvre o assistendo a una Traviata in un teatro dai profili in cemento armato: si prova una certa, chiamiamola così, distonia di ambientazione; ma oggi siamo abituati agli accostamenti meno giudiziosi per non dire un po’ schizofrenici, e così, un concerto dedicato a danze, canzoni e ballate popolari medievali, ospitato in una moderna sala da concerto -ma sarebbe la stessa cosa utilizzando un CD in casa-, rivela in qualche modo il senso riposto di queste operazioni cosiddette filologiche: una specie di museo per entomologi della musica. Immaginate sul palcoscenico un gruppo specializzato nella ricostruzione di musica medievale, uno dei tanti ensemble che si propongono di cercare un’interpretazione storicamente autentica del repertorio antico, andando alla ricerca di quella chimera che ha incantato tanti esecutori con il nome di fedeltà storica. Forse sarebbe meglio sostituire una buona volta la parola “fedeltà” con “ipotesi”, visto che le fonti da cui si attingono le indicazioni esecutive, e tanto più quanto si va indietro nel tempo, sono approssimative, labili, contraddittorie e decisamente dubbiose; senza scomodare assodate considerazioni filosofiche, sarebbe come se si volesse ricostruire La battaglia di Anghiari o il Cenacolo di Leonardo, per dire, sulla base delle testimonianze dell’epoca, delle copie, ecc... Naturalmente non si può con questo tranciare giudizi a priori; la musica è musica e può convincere al di là di qualsiasi pretesa ideologica: basta prendere quel che la musica dà, così, semplicemente, senza bandiere precostituite. Quel che ne esce è un nastro sonoro fatto di inusuali modi melodici e ritmici, di curve melodiche dal sapore ancestrale, di suoni grezzi e di scale diatoniche, di melodie ruvide e di danze popolane vigorose, tutti elementi tipici di tradizioni popolari etniche antiche. Si sa, quando si eseguono questi programmi a metà strada fra il folkloristico e lo storico non si capisce mai quel che c’è di vero. O meglio, c’è sempre un po’ di profumo di depliant storico, di curiosità cartografica, di reportage della macchina del tempo, per non dire di pretenzioso documentario didascalico, che fa oscurare la sostanza delle musiche che altro non è se non l’esecuzione di canti popolari locali o improvvisazioni su canovacci assai liberi; e in realtà c’è ben poco di raffinato in queste esecuzioni, poiché le musiche giocano su lunghi suoni tenuti, su improvvisazioni all’interno di scale semplici, su armonie essenziali, su suoni naturali qua e là spolverati di acciaccature in stile e su esecuzioni, né più né meno, di canti popolari (pure con quell’approssimazione da canto della merla che fa tanto etno). Ma certo uno può restare affascinato dai timbri esotici degli strumenti finto-medievali o finto-primitivi (perlomeno per il fatto che non si sentono abitualmente), specie quando vi è qualche momento di buon virtuosismo o qualche frizzante sequenza ritmica delle percussioni. Musica popolare e popolaresca, nobilitata per l’occasione dalla curiosità dello storico, semplice semplice, dalle esili sonorità, che se proprio uno non c’ha l’anima presa nei pregiudizi della musica colta occidentale, finisce che ci si intriga perfino un po’. Peccato che il tutto dura lo spazio di un concerto -quasi la vita di un insetto-, lasciando solo un’impressione generale di piacevolezza e nulla più; la musica si fa nel riascolto e nella memoria infatti, e quelle musiche che un tempo hanno colorato la vita quotidiana di intere generazioni o epoche, oggi entrano solo nella vita degli specialisti-scienziati, appunto. |
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