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Ascoltando la musica celtica di Hevia 
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Iscritto il: 28/07/2011, 15:31
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Messaggio Ascoltando la musica celtica di Hevia
A cura di Fausto Caporali

A volte sembrerebbe neppure troppo difficile lasciare un segno nella musica: basta miscelare un’ottima base ritmica, magari qui e là ridotta al battito animale, metterci come collante i suoni del rock più normale del tipo basso-chitarra elettrica, e spolverarci sopra il suono inedito di uno strumento popolare che non si suona se non dalle parti di casa; qualche armonia delle più trite, qualche spruzzata di ambientazioni a suoni live e poi melodie, melodie e ancora melodie. Che ci vuole? Peccato che proprio la trovata più banale, quella che uno del “mestiere” ha sempre messo da parte come troppo poco seria per essere presa in considerazione, inspiegabilmente è quella che trascina dietro di sé folle di ascoltatori entusiasti; così, ogni tanto arriva qualcuno che, senza pensarci troppo, o perché è il primo a farlo o perché ha il coraggio di farlo, trova un modo musicale non ancora percorso; sembrerebbe facile, se non si mettesse in conto anche la voglia di comunicare emozioni, di trovare intese e soprattutto di rendere disponibile la propria sincerità; il bello musicale non necessariamente coincide con il difficile, anzi i Mozart, i Vivaldi sembrerebbero proprio dire il contrario. Di questi ingredienti ve ne sono da vendere nella musica di Hevia, star internazionale della musica popolare. Lo straordinario suonatore di cornamusa è uno di quelli che sembra aver trovato il classico uovo di colombo, semplicemente portando in giro per il mondo (innumerevoli apparizioni televisive in più di duecento città al mondo, due milioni e mezzo di dischi venduti, 15 dischi d’oro, 12 di platino in più di quaranta paesi, concerti nei più importanti festival) un mix di tradizioni asturiane e celtiche e di pop-rock moderno, in pratica rendendo accessibile al mondo intero un colore locale per il tramite delle abitudini rockettare internazionali. Uno magari non ci trova finezze particolari, non sente suoni smaliziati, non si esalta per virtuosismi tesi allo spasimo; anzi, il modo di suonare il flauto o la gàita tradizionale ed elettronica di Hevia sembra quello di un buon suonatore di liscio o poco più. Eppure, questo etno-rock leggero, melodico, a suo modo colto e ben strutturato, che ha così poco della country-music da cui è partito ed è così lontano dal tecnicismo di molta musica d’oggi, ha trovato quel giusto mezzo, quella formula in bilico tra modernità e tradizione che colpisce nel segno, fa vendere (e tanto) senza far pentire chi compra; non spiega l’arcano della vita, non esagera in pacchianerie, non sa di umido di paese e neppure di freddi cyberspazi; in fondo fa le cose semplici di cui tanti sentono ancora il bisogno. Può sembrare poco, ma ci vuole del genio ad arrivarci.


11/05/2013, 14:17
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