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Perché la musica barocca? 
Autore Messaggio

Iscritto il: 16/05/2011, 18:48
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Messaggio Perché la musica barocca?
Perché la musica barocca?
In margine ad un qualsiasi festival di musica barocca

E’ il fenomeno degli ultimi decenni, l’evoluzione nel campo della musica classica; o forse la sua stazione d’arrivo. A pensarci freddamente, è un fenomeno di pura intellettualità, di raffinata cultura, di travestimento mascherato da buoni propositi. Le sue forme sono le più varie: c’è l’esecuzione fedele (fedele? non ci sono partiture meno dogmatiche di quelle barocche, chi non lo sa?) dei repertori antichi, si ricostruiscono gli strumenti d’epoca (evitando lapalissiane considerazioni che il lettore può ben immaginare da sé), si fanno registrazioni sulla base delle testimonianze della prassi del tempo (ignorando bellamente i suggerimenti di libertà che vi sono contenuti), si ripropongono ambientazioni (fin troppo suggestive) del passato e via dicendo. Stiamo parlando della (neo-)diffusione della musica antica e barocca, musica che, all’interno di un fenomeno tutto novecentesco che è quello dell’esecuzione filologica della musica del passato, va in onda con grande facilità nelle grandi, medie, piccole e minuscole programmazioni concertistiche e, anche se non più alla grandissima ma sempre bene, nelle vendite discografiche. Pura intellettualità si diceva; già, perché occorre rendersi conto che l’ascoltatore che assiste alla esecuzione di un “Ulisse tornato in patria” si distrae dalle occupazioni quotidiane per riaccendere un frammento del passato e calarsi in una musica scritta tre secoli prima; è come se si volesse inconsciamente rinunciare all’elettricità per tornare alle torce, all’automobile per salire una carrozza, al supermercato per l’orto dietro casa. Una spiegazione a tutto questo ci deve pur essere e, senza andare troppo sul filosofico, probabilmente possiamo trovarne una nel linguaggio di questa musica e nelle sue proprietà; se osserviamo da vicino la musica che va dalla fine del seicento fino alla seconda metà del settecento, troviamo che è fondamentalmente semplice; per dire, ci puoi trovare anche una insospettabile parentela con la musica leggera d’oggi: l’armonia di un minuetto di Haydn non è differente da quella impiegata da un motivetto di Rita Pavone e il giro di accordi di un’aria di Bononcini è del tutto simile a quelli di “E’ per te” di Jovanotti; in altri termini, la musica barocca (cui vanno aggiunti tre o quattro decenni) presenta delle strutture linguistiche a uno stadio facile, chiaro e nitido, non pone alcuna problematica di ascolto né esige ardue prove di decodifica (non sempre, almeno); da Beethoven in poi queste strutture si sono complicate, un po’ alla volta, a dismisura per andare ad attorcigliarsi nelle secche della dodecafonia o delle dissonanze a tutti i costi. E allora la deglutizione diventa difficile. La musica barocca qualcuno l’ha chiamata la “lingua musicale materna degli occidentali”, qualcun altro la musica della “regressione all’utero”; non è la prima volta che la storia della musica non va verso la complessità ma verso la semplificazione, verso la fruibilità, il consumo; orfani della musica contemporanea che, anziché offrirsi al moderno si nega ostinatamente e si crogiola nelle sue fumisterie incomprensibili, dove si poteva trovare un elegante sostituto che fosse altrettanto plausibile? Non nella musica leggera, che è ancora considerata, a torto, una mediocrità dello spirito e che invece è purissima arte anche lei, con buona pace dei soloni; non nella musica popolare, che peccherebbe di lesa cultura. E allora? Ecco la musica antica. Chic e impegnata quanto basta e dunque figlia legittima della cultura classica.
E’ un dato di fatto che questa musica non è difficile da capire e nemmeno da eseguire, basta suonare le note e tutto quadra immediatamente; gli ensemble antichi non avevano neppure bisogno del direttore d’orchestra (e fa niente se tanti fanno carriera dirigendo musiche che non hanno nessun bisogno di essere dirette), perlopiù gli esecutori erano pochi e dilettanti e oggi chiunque, con una preparazione anche minima, può arrivare a mettere insieme una pulita esecuzione barocca; dunque, da un punto organizzativo è tutto più semplice e il risultato è garantito automaticamente, perché comunque la musica suona bene, si fa in quattro e quattr’otto e non pone l’ascoltatore in condizione di chiedersi che cosa cavolo voleva dire; nell’era del consumo di massa questa musica sembra realizzare quel bisogno di immediatezza di fattibilità e di comunicazione per cui l’avvenimento culturale non ha bisogno di spiegazioni e si realizza e si perde nell’immediato. Dopo decenni di nevrosi paralizzanti e di progressiva incomunicabilità e complessità come si andava delineando la musica contemporanea negli anni 40 o 50, come si è evoluto il mondo della musica? Prima rifacendo i brani classici che suonano sempre così meravigliosi, e, da poco, cercando quelle belle musichette che si imparano anche a memoria, direbbe Bach. Il concedersi la restaurazione di un’intesa fra sé e il mondo non può che apparire salvifico.
D’altra parte non si può ignorare il rischio di ogni revival: la cristallizzazione del passato, il ridurre l’oggetto a pura fonte di piacere superficiale; la differenza di epoche non può non tradire la riduzione della musica ad oggetto di museo se si pensa che qualsiasi brano del passato ha perso la funzione sociale a cui la pratica le collegava; le feste, i riti religiosi erano connaturati a queste musiche, tanto che le sue forme rispecchiavano l’ordine, i tempi, gli spazi e tutto ciò che apparteneva alla circostanza più minuta; tutto ciò era percepibile soltanto ai contemporanei; e frequentemente l’ascolto oggi vive di un alone beatificante apriori; a ben vedere, una fuga di Bach era decifrabile naturalmente ai suoi tempi, oggi diventa un’acrobatica prova di resistenza; un oratorio di Haendel è di una lunghezza insopportabile e tante sue parti non dicono nulla; ma resta l’illusione del comprensibile che gioca con il buon senso; oggi è il lusso dell’intelligenza, la pinzatura sottovetro del superfluo, la rinuncia all’attualità per illudersi che il passato ci racconti il presente. Per qualcuno è una mistificazione, alibi per musicisti inautentici, scorciatoia del senso, fossilizzazione della musica, rifugio di anacronistici raffinati intenti a celebrare un elegante sotterfugio cui ricorrere per crearsi una musica su misura; per altri un gesto che serve per recuperare una positività alla musica, per ripristinare le coordinate ideali del fare-musica, per conservarsi il tanto amato “far le cose a mano come un tempo”; da gustarsi fin che dura. E in fondo è soltanto un modo come un altro per trovare una ragionevole gestione del presente.

FAUSTO CAPORALI


01/06/2011, 19:17
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Iscritto il: 06/03/2011, 21:06
Messaggi: 1
Messaggio Re: Perché la musica barocca?
grande maestro


08/06/2011, 20:54
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Iscritto il: 09/07/2011, 11:49
Messaggi: 3
Messaggio Re: Perché la musica barocca?
Riprendendo alcuni elementi in comune con lo spunto dell’altro forum, penserei che l’evoluzione della storia dell’essere umano abbia a che fare con l’evoluzione del suo pensiero, come se tutte le materie che lui ha partorito (dalla matematica, alla storia, alla religione ma anche alla realtà che ci circonda, poiché forse il solo, al mondo, che può averne coscienza) siano state guidate, nella loro evoluzione, da quella che è l’evoluzione degli schemi logici del suo cervello e dei suoi bisogni. Mi verrebbe da pensare che si cerca il semplice, all’inizio, per un bisogno istintivo e si sofistica in un secondo momento poiché i bisogni diventano altri e quasi si scostano da quelli originali. Così Newton e Galileo partoriscono la meccanica classica, basata sull’osservazione macroscopica della realtà, per spiegare fenomeni che hanno a che fare direttamente con la nostra vita quotidiana (la mela che cade, il piano inclinato, l’inerzia, concetto difficile da apprendere ancora oggi per alcuni, etc.) per arrivare ai concetti molto più astratti, ma comunque descriventi la realtà (in un modo più o meno analogico ad essa), della meccanica quantistica o della relatività (Plank, Einstein) che sono riposti e non facilmente individuabili ai più e di cui, la meccanica classica, cioè il mondo in cui viviamo quotidianamente, ne costituisce solo un caso particolare. Così la musica. Potremmo fare, non so se azzardato, un parallelo fra musica tonale e meccanica classica e dodecafonia e musica seriale con meccanica quantistica e strutture a bande? Certo, la dodecafonia sarà meno fruibile della musica tonale (anche se e’ da essa che scaturisce poiché è essa che ha dato eguale dignità ai 12 suoni della scala) e delle canzoni poiché, forse, non nata per soddisfare un bisogno primario istintivo ma per percorrere strade intellettuali astratte, che si discostano dalla realtà e, quindi, fruibili e comprensibili solo a chi si sintonizzi sulle stesse lunghezze d’onda e con grande fatica, aggiungerei. Si può rimanere colpiti indelebilmente dalle opere di Michelangelo o dall’Impressionismo Francese ma diviene più difficile, per chi vuole soddisfare i bisogni di un’arte più rispondente alla realtà, comprendere certe opere astratte. Sembra quasi che il confine fra casualità ed intenzione divenga sottile in quelle opere (anche se da Freud in poi, come sostiene il mio amico Vito, con il concetto di inconscio, nulla si potrebbe più ritenere casuale, ma tale solo perché sconosciuto a noi). Si parla di quell’astrazione intellettuale che non rende fischiettabile, all’uomo della strada, una composizione dodecafonica o non mette in risonanza ritmica alcune composizioni su “Prepared Piano” con l’ascoltatore così come lo fa invece un pezzo qualunque da discoteca. Così, parrebbe che il Barocco, le canzoni, le arie di Verdi siano state di così grande diffusione popolare perché più vicine agli elementi della musica che l’istinto può catturare: melodia chiara (tonale/modale), giri armonici familiari, ritmo ben evidenziato. Parlando di semplificazione, il temperamento equabile ne è stata una delle massime forme ma allo stesso tempo ha messo le fondamenta per tutti i risultati artistici dei secoli successivi (dal romanticismo, alla dodecafonia stessa, al jazz ed alle canzoni dei giorni nostri). Verrebbe da pensare che non e’ esagerato affermare che in Bach siano contenuti gli echi di tutta la musica fino ai giorni nostri. I dodici suoni di eguale dignità hanno dato la possibilità alle infinite combinazioni di essi di esistere e di risuonare, di diventare concrete indipendentemente dal ruolo tonale che erano costrette ad avere e di cui l’essere umano si è tanto innamorato ed ha tanto sfruttato a proprio vantaggio sotto tutti i punti di vista, anche economici. La successiva distinzione tra musica di valore (o aulica) e musica di serie B viene poi attuata da criteri ideologici e non artistici. In fisica, nessuno dice che la meccanica quantistica è più importante del secondo principio della dinamica o, in matematica, che la teoria dei frattali è superiore all’algebra lineare ed all’aritmetica (fino ai primi secoli dello scorso millennio, nella cultura occidentale, non si conosceva lo zero!), solo perché le espressioni lineari sono la prima approssimazione della nostra realtà. Attengono la stessa materia ma esplorano campi diversi di essa, con approssimazioni diverse e, spesso, propedeutiche l’una all’altra. Probabilmente, senza l’esperienza barocca e dei mottetti romantici e della musica popolare delle popolazioni nere d’America, la musica leggera, così come la vediamo oggi, non sarebbe esistita e quindi, anch’essa è al top di un’evoluzione lunghissima (penso allo scopo della batteria in un complesso di musica leggera, che vuole soltanto essere l’agglomerato delle percussioni di una big band jazz delle origini, a New Orleans). Ma, forse, anche ai tempi di cui la storia ci riporta, c’era qualche manifestazione musicale parallela che rappresentava una sorta di musica leggera del tempo (penso ai trovatori contrapposti alle prime forme di polifonia che nascevano all’epoca). Tali forme polifoniche non credo che fossero fruibili e praticate da tutti (penso ai madrigali polifonici). Forse l’innovazione sarà guidata dalla forza ciclica che governa i fenomeni naturali ed umani e forse, fra qualche anno, ci ritroveremo a praticare il gregoriano pensando che non sia mai esistito e, magari, con mezzi tecnologici differenti.
In definitiva, ciò che vedrei di anomalo è proprio la mancanza del desiderio di tanti musicisti di esprimersi con proprie idee e strumenti senza voler essere la copia di mille riassunti e, come lei afferma, porsi le parrucche rassicuranti dei Mozart e dei Beethoven. Credo anche che ciò sia vero nel leggero e nel classico ed in tutti i campi in cui l’essere umano opera. Come lei ci ha più volte esortato ci vuole capacità di rischio, in base alla coscienza dei propri reali mezzi ovviamente, abbandonando la pigrizia cronica del nostro essere, aggiungerei io.


14/07/2011, 19:42
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