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Rivoluzioni II 
Autore Messaggio

Iscritto il: 16/05/2011, 18:48
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Messaggio Rivoluzioni II
Rivoluzioni II

Si diceva che la classica si sta riducendo al lumicino perché va in direzione opposta alla storia e perché la fissità di ripetizione ne fa un qualcosa al di fuori del tempo, una specie di quadro da galleria in bella mostra. Naturalmente c’è chi si traccia le vesti per questo e al solito ne dà la colpa (termine del tutto proprio a chi ha la coscienza più elevata, si sa) alternativamente alla scuola o alla società o, ciò che è lo stesso, ma più mirato, all’ignoranza del pubblico. Rimando ad altro appuntamento qualche idea mia su queste affermazioni un po’ comode, per il momento butto lì un paio di cose, giusto per tentare di verificare se la classica sta aspettando un pubblico che non arriverà più e, quindi, se il mondo orami ha preso altre strade.
Pure si diceva che il CD ha sostituito il live, per il semplice motivo che non c’è alcuna differenza fra l’uno e l’altro, e non è da credere che il momento dal vivo aggiunga più di tanto (a rigore di pensiero, proprio nulla, la musica è la stessa, perché il disegno del compositore è sempre quello al di sotto di qualsiasi interpretazione possibile immaginabile); ma una cosa occorre aggiungerla: quel che il CD toglie è la socialità della musica, nel senso che la fruizione non è condivisa e non rispecchia un comune intendere la musica; questo vuol dire che si va verso un solipsistico approccio alla musica per cui ogni persona ha il proprio orizzonte musicale, una listening-list del cuore del tutto libera e soggettiva; proprio il CD elimina il pubblico vivo, con la conseguenza che l’artista non sa esattamente chi intercetta; quindi, la classica non solo non è più espressione di un ambiente sociale, ma, benché sia cultura, in realtà non fa cultura, perché non cementa persone, non crea discussioni o dibattiti, non è cosa di cui si parla, è un rarissimo addentellato sui giornali, non entra nella vita di tutti i giorni, spesso non lascia traccia di sé dopo un ascolto, non ha neppure chi la sappia divulgare (né lo può essere in virtù dell’oggettiva sua complessità in rapporto a un oggi vorticosamente in movimento). E’ prevedibile la risposta: il messaggio di un Trio di Beethoven è eterno (quando si dice la musica assoluta…) e sempre sarà valido: certamente è così, ma fino a che qualcuno saprà decodificare il Trio in questione, e ben sapendo che quel Trio non ha l’esclusiva del bello artistico, perché il mondo, a quanto pare, non va avanti senza musica e arte. E allora vediamo più da vicino e facciamo un esempio.
Ammettiamolo: un’Aida all’Arena di Verona fa il pienone; la suggestione del posto è unica, lo spettacolone sul palcoscenico è magico, l’orchestra è pressoché perfetta; eppure, siamo ben lontani dal fare i numeri di una canzonetta qualsiasi; questa raggiunge centinaia di migliaia di persone ogni giorno, quella fa un 10.000 presenze a sera. Forse perché non c’è più equivalenza fra tempi di decodifica di un’opera e capacità del pubblico? Forse perché gli argomenti di quell’opera sono lontani dal vivere d’oggi? Che assonanza c’è fra un Radames che spera di essere scelto per guidare l’esercito egiziano contro gli etiopi (cos’è un’altra guerra?) e coprirsi di gloria (gloria?) per amore di Aida (cose d’altri tempi, eh?) e un ragazzo abituato ai film o ai videogiochi di oggi? Se già il modo di cantare impostato è difficile da capire (per noi, non all’epoca di Verdi, naturalmente), come si fa ad arrivare a cogliere un intreccio, oltretutto di una lentezza pachidermica? E si potrebbe continuare a lungo: il fatto è che la musica in ogni epoca ha preso il tempo del vivere e la comunicazione è andata su ritmi che non potevano che arrivare a destinazione, mentre i contenuti erano lo specchio di ciò che si vive.
Lo scarto temporale esige tempi lunghi di preparazione (quel che si dice cultura specifica), ma quel che importa è identificarsi in una forma artistica, che sia del presente o del passato, altrimenti non c’è fruizione artistica. Decodificare l’Aida richiede molto studio, interessi, tempo, sapere, confronti, ma per arrivare a comprendere un’opera che, se anche è meravigliosa, pure non ha attinenza con il nostro tempo. La cosa imbarazzante è che nei tre minuti di una canzonetta si sono condensate quelle tre ore di musica e l’arte lì dentro c’è; meno complessa sicuramente, ma è quel che serve per rispondere al bisogno di bello estetico di cui nessuno, neanche il ragazzetto sprovveduto, può fare a meno. (continua)


21/09/2011, 8:07
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