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La musica classica è morta? 
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Iscritto il: 16/05/2011, 18:48
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Messaggio La musica classica è morta?
LA MUSICA CLASSICA E’ MORTA?

Certamente non deve aver fatto piacere a molti quell’affermazione estremistica e dai toni vagamente improntati al “che bei tempi, quelli” di Carlo Maria Giulini, che dalle colonne del Corriere della Sera intonò qualche anno fa, senza il benché minimo scrupolo di una qualche giustificazione estetica e con la perentorietà di un patriarca vecchio stampo, un requiem alla musica moderna: “...la grande musica è confinata nel passato per motivi strutturali, genetici, avendo a disposizione soltanto poche note per esprimersi. I grandi geni dei secoli scorsi con quelle note hanno già fatto tutto.” Non poteva passare inosservata questa affermazione così laconica, il cui tono sottovoce e urbano non può trarre in inganno sulla posta in gioco: nel diluvio di reazioni hanno spiccato sia la sparuta, ma ideologicamente agguerritissima, pattuglia dei compositori contemporanei, che si sono visti feriti nel corollario, deducibile dalla frase riportata, per cui il loro operato è o sarà di nessuna validità, sia il più vasto popolo della concertistica classica, che vi ha trovato la più semplice e ovvia spiegazione, - e come non saperlo prima! - al loro rifiuto della modernità.
Curiosamente, nessuna reazione è venuta da tutto quel mondo musicale che, ben vivo e vegeto a dispetto del fatto che le note musicali si riducano a dodici, non si cura delle considerazioni di ordine probabilistico e perdura imperterrito nella creazione di tonnellate di musica: non rientrando nelle categorie conoscitive del musicista classico perché ritenuta dozzinale e di nessun pregio estetico (cosa che peraltro non ci si degna di dimostrare ritenendola ovviamente riconoscibile come tale), il guru della musica classica si è scordato che esiste una musica da film, degnissima continuatrice della musica d’opera, una musica autenticamente popolare quale quella leggera, una musica etnica, una new age, un jazz ormai in scena da po’ di tempo e quant’altro rientra nel più vasto mondo della musica non colta d’oggi. La produzione di musiche di tali generi, quantitativamente parlando, è enorme, né accenna minimamente a indulgere alla parola crisi; quindi, se ci si vuole riferire al solo fatto delle probabilità combinatorie, nulla è più lontano dal vero quanto l’affermare che, perché le note sono soltanto dodici, le loro possibilità architetturali siano esaurite.
Ma in realtà l’affermazione implica ben altro che non una semplice asserzione matematica: infatti, enuncia solennemente che l’unica, autentica musica, sarebbe quella dei grandi del passato. A questo punto dovremmo dimostrare che la musica di consumo ha qualcosa di geniale, altrimenti la nostra osservazione resta pura annotazione cronachistica e la vera musica, quella classica, ha bisogno solo di una continua ripetizione; epperò dobbiamo anche almeno tentare di spiegare –su questo si glissa troppo facilmente- come mai il pubblico della classica è sempre più latitante, come mai si vendono sempre meno CD, come mai vi sono sempre meno concerti e sempre più vistosi vuoti in sala, i giovani non vi si vedono, e via dicendo.
Partendo un po’ da lontano, potremmo invitare una qualsiasi esponente della variegata fauna punk e chiedere se vi è qualcosa di geniale nella musica dei Nirvana: la risposta non sarebbe poi così differente nei toni da quella data da Giulini per la musica classica; chiediamo a uno di quei 100000 e passa che si radunano ogni tanto nel nome di Vasco Rossi o Ligabue se le canzoni di questi siano geniali: come minimo vi fulminano al solo sospetto che lo mettete in dubbio; che dirà il patito del jazz a proposito di quell’assolo di Coltrane che conosce a memoria, magari senza sapere una nota di musica? Possiamo ben immaginarlo. Ma non saremo così ingenui dal presentare simili argomentazioni, anche se siamo convinti che, qualitativamente, il ragionamento di Giulini e quello di uno qualsiasi di questi individui, sia identico, perché muove dalla medesima approfondita, specifica e dettagliata conoscenza dell’oggetto di cui si parla, e la genialità cui si riferisce il primo è un concetto in massima parte storicistico, nella sostanza riconducibile a una valutazione soggettiva come quella degli altri. In altre parole, l’insieme delle conoscenze relative a un Brahms, per dire, di Giulini sono altrettanto esaurienti quanto le conoscenze di una qualsiasi ragazzetta rispetto al suo idolatrato cantante e tanto l’uno che l’altro non possono che condurre al medesimo giudizio di eccellenza estetica, con le inevitabili differenze di linguaggio per cui uno dirà geniale quello che l’altra chiamerà mitico.

Sentiamo già l’obiezione del risentito cultore della classica: come si fa a mettere sullo stesso piano il colto ascoltatore con l’ignorante fan del Blasco? In realtà la fruizione estetica non dipende affatto dalla somma di conoscenze tecniche, perché il fatto di avere imparato come si chiama un accordo o quali funzioni tonali leghino i gradi di una scala non aggiunge nulla al bello di un brano: se una musica è bella lo è perché un autore l’ha confezionata bene e colpisce nel segno; se una musica è brutta, non c’è dato culturale o tecnico che la possa far gradire. Piuttosto occorre chiedersi se la sinfonia di Brahms parla la lingua di oggi o se piuttosto non sia la musica di Vasco Rossi o Ligabue o Battiato a costituire la cultura di oggi, nelle forme e nei modi semplicemente possibili oggi, con una fisionomia che corrisponde al parlare e al pensiero di oggi. Infatti non è pensabile che la somma di dati tecnici (ossia il fatto che una sinfonia di Brahms sia più articolata di una canzonetta) voglia dire riuscita estetica: le sinfonie di un Tournemire (e chi era costui?) erano di un’estrema complessità, ma nessuno se le fila oggi; quanti riescono a seguire con profitto le ardite architetture di un Ockeghem? O gli interminabili arabeschi gregoriani?
La complessità in questo caso non ottiene nulla, e dunque la musica consiste in altro, ossia in una corrispondenza fra orecchio e spirito e in un dialogo fra cultura e vita.
Come il cultore della classica ama la classica avendola conosciuta e percorsa a lungo, assimilandone quindi le categorie, così il giovane ama la musica presente avendola conosciuta e vissuta: non c’è differenza di valore, l’uno e l’altro sono esperienze estetiche che intessono la vita.


21/07/2012, 7:37
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