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Allevi, o della Medietà 
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Iscritto il: 28/07/2011, 15:31
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Messaggio Allevi, o della Medietà
A cura di Fausto Caporali


Di lui si è scritto di tutto e di più; c’è chi lo ha osannato e chi lo ha denigrato, chi lo ha esaltato e chi lo ha bollato come una sòla mediatica, c’è chi non sopporta quella sua aria di eterno ragazzo e chi invece trova nella sua comunicazione profondità mai dette prima. Di certo è uno che sa maramaldeggiare con il pubblico, sa come vezzeggiarlo, blandirlo, dargli quel che si aspetta, sa posizionarsi in bella vista e sfruttare le rendite dello star system. Ma forse si può lasciar da parte l’aspetto più di contorno, e cioè quello che fa parte del personaggio -probabilmente creato ad arte da chi sa come costruire e mantenere in piedi una figura mediatica-, e vedere i fatti sotto la semplice luce della musica.
Dove sta tutta la novità di Giovanni Allevi? A ben cercare, di novità non ve ne sono poi così tante: il pianismo non è strepitoso, qualsiasi neodiplomato in pianoforte ne sfoggia molto di più. Non vi sono armonie smaliziate, anzi vi sono le connessioni più solide e prevedibili. Finezze di tocco? Non si direbbe neppure, non è come quei jazzisti che fanno assoli che sembrano respirare ad ogni nota. Forme musicali particolari? Niente di più che tradizionali riprese di ritornelli e strofe. Idee nuove di stile? Tutto già precorso da un Keith Jarrett almeno quarant’anni fa.
Resta la melodia, questa incognita che attinge al lato meno razionale di noi, per la quale non c’è formula o alambicco che garantisca la fusione: o l’azzecchi o non l’azzecchi; nel suo caso probabilmente la questione è tutta lì, nel trovare quel seguito di note messe sopra a un ritmo qualsiasi che arriva dritto nelle orecchie dell’ascoltatore. Anzi, forse potremmo aggiungere che le melodie di Allevi sono nient’altro che canzoni senza parole, e cioè potrebbero essere state scritte da un cantante che poi non ha trovato un testo; ecco allora che un po’ si spiega l’arcano: le musiche di Allevi sono canzonette suonate al piano: niente che soggioga, niente che stufi con lungaggini, niente che vada oltre i 3 minuti canonici, niente che non sia spiegabile con qualche parola in 30 secondi (i tempi di attenzione del pubblico sono quelli, non di più), niente che abbia modulazioni strane, percorsi complicati, che sforzi la memoria e che non sia fischiettabile dopo un paio di ascolti. Si potrebbe dire che è la Medietà più assoluta, quella che un noto semiologo affibbiava a Mike Bongiorno, e che qui si presenta in un prodotto che va bene per tutte le età, non mette in imbarazzo nessuno con pretese culturali, accontenta tutti e fa passare un sano momento di piacevole intrattenimento. Ci si può frugare finché si vuole, ma non si trova molto di più.
Ecco quindi perché scandalizza tanto i fautori della classica: il pianoforte è trattato in modo “qualunque”, diciamo così, ossia senza la formidabile tecnica del pianista classico o jazz e senza lo spolverìo del mago della tastiera; se poi ci aggiungete il fatto che il personaggio ci tiene a sostenere che lui è il vero continuatore della classica, allora si capisce i cortocircuito: non si può usare impunemente il pianoforte come un pianista in vacanza e presentarsi come l’erede di Mozart; e neppure paragonarsi a un Brahms quando si è riempito qualche scartafaccio di musica o poco più. La classica è finita, i suoi sostenitori vivono di grandezze passate e sono retaggi sempre più fuori dalla realtà odierna, di loro ci sarà sempre meno bisogno perché parlano una lingua di altri tempi e l’ascoltatore di oggi non ha alcuna intenzione di imparare a decodificare messaggi in bottiglia scritti in linguaggi astrusi; ma nessuno può dire di continuare nulla perché la musica è cambiata da gran tempo ed è passata su altri binari.
E’ chiaro che, al di là delle parole, vi è la sostanza, ossia il fatto che Allevi fornisce un buon prodotto melodico in veloce confezione da asporto (finché dura, questi non sono fenomeni che vanno molto in là nel tempo, anzi, qualcuno conosce qualche sua melodia nuova?). Possiamo vedervi in questo un genio del nostro tempo, uno che ha intercettato una esigenza, uno che si è trovato al momento giusto nel posto giusto, come a volte è accaduto nel passato a pianisti come lui. Il resto lo fanno i media, ma è sicuro che in lui si specchia il nostro tempo, nei pregi -una bella melodia è sempre una bella melodia- e nei difetti -la profondità? Non è affar suo-.


09/07/2013, 21:23
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