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La musica classica è morta? 6 
Autore Messaggio

Iscritto il: 16/05/2011, 18:48
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Messaggio La musica classica è morta? 6
Altra categoria estetica secondo la quale il passato è superiore è quella della presenza di una forma, cioè di uno schema che struttura un’opera: ma una forma in ogni caso c’è anche nella musica più viva di oggi, e, se è il caso di nervature comprensibli, non si vede in che cosa differisca, quanto ad articolazione appunto, lo schema di un’improvvisazione jazz da i vari momenti di una sonata o di una sinfonia o le arie e i recitativi del Barbiere con le canzoni e gli intermezzi di Jesus Christ Superstar. Ma, per fare ancora un esempio, non si vorrà negare l’evidenza del paragone della musica dei trovatori e dei trovieri dei secoli XII con la nostra canzonetta: stesso ricorso a tematiche amorose, stessa individualità dell’autore, nel contempo musicista e poeta, stesse variazioni su topoi comuni, ricorso a semplici strutture poetiche e musicali. Pure lo storico sarà indotto a considerare arte quella dei sirventese o dei lai perché inquadrabile in schemi, ma non la nostra inconsistente, banale e triviale canzonetta. Ed è forse verità, il sostenere che lo storico è troppo abituato ad indagare la musica del passato da non avere alcuna categoria di comprensione per il presente. Ma qui troviamo un assist per affermare che è proprio il fatto di avere una forma ad autorizzare la validità estetica di una canzonetta: perché è proprio il fatto di parlare attraverso schemi che una musica può comunicare; è la presenza di un quadro di riferimento a far da contenitore di dialogo con la memoria, perché non c’è fruizione estetica se non c’è confronto con un passato conosciuto su cui si stabiliscono delle attese: il nuovo è spostamento impercettibile di qualche cosa di noto, per cui il musicista o cantante aggiunge qualcosa di diverso al già conosciuto e realizza un momento estetico uguale nel disegno ma distinto nei particolari. E’ per questo che la classica non parla all’oggi: essa ha schemi troppo vasti oppure schemi sconosciuti, e per riviverle occorrerebbe ripercorrerli a lungo; ma i tempi non sono più gli stessi e una forma-sonata oggi sarebbe troppo più lunga del possibile nei tempi concessi dalla quotidianità e neppure verrebbe ricordata. Già, perché è proprio il ricordo (chiamamolo pure cultura) ad essere il motore del nuovo, nel momento in cui questo aiuta a comprendere qualcosa di leggermente differente e inedito, aggiungendo all’emozione estetica il colore del vivere attuale.

Ancora un aspetto estetico: l’udibilità; la musica deve poter essere udita e compresa per accedere al rango di genialità. Se si guarda al mondo d’oggi, verrebbe da chiedersi come mai giunge ai nostri orecchi musica fatta da musicisti che spessissimo neppure hanno studiato musica: non vi è traccia di stonature né di incertezze, né battimenti negli strumenti e quant’altro; e la spiegazione è semplicemente dovuta al fatto che questa musica nasce sull’orecchio di chi ascolta, basandosi su una perfezione non teorica, ma pratica, senza la minima sbavatura e senza che sia solo possibile una cattiva qualità. Sembrerebbe un miracolo, eppure è la semplice normalità di chi deve comunicare entro uno stile riconoscibile; l’eccellenza uditiva è il primo passo per porgere i contenuti. Se poi per udibilità si intende ciò che è ascoltabile dall’ascoltatore di oggi assistiamo al fenomeno che le opere classiche eseguite sono sempre più ridotte a poche e famose; non è un caso che nei nostri teatri lirici si assiste alla ripresa di poche e selezionatissime opere e che la classica deve proporsi mettendo in programma opere accessibili; sono esattamente quelle opere che sono compatibili con la soglia di udibilità di oggi, fatta di gradi forti dell’armonia e di spianate linee melodiche, di storie significative e di parole comprese, di effetti spettacolari e di memorabilia, atteso che la complessità, come si è detto, è difficilmente compenetrabile con l’odierno vivere nevrotico.

Dunque non si trovano differenze di sostanza fra la musica classica e quella moderna, ciascuna nel suo ambito autentica e ricca di dettagli, e solo uno storico può avvertire pesi diversi al prezzo di trovarsi fuori dal suo tempo. Ma sarà il musicista storico a dover giustificare le sue scelte e opinioni e non il ragazzo che inconsapevolmente e irriflessamente vive la sua musica: costui è nel tempo, l’altro deve motivare le sue uscite dal proprio tempo; difficilmente egli troverà criteri oggettivabili, perché egli deve trovare un filo comune a troppe estetiche diverse fra loro e la sua estetica non ha grandi chance di riuscire a delinearsi perché egli non ha una propria estetica; come si può, infatti, trovare un filo logico che convinca che il bello estetico è in Monteverdi, Schostakovic, Vivaldi e Hindemith? Come è possibile avere tante estetiche a portata di mano? Come si può costruire una percezione estetica in mezzo ad autori che hanno fisionomie così diverse? Forse che il rockettaro vive meno l’esperienza estetica perché la sua è irriflessa e senza spiegazioni logiche di quella dello studioso che la vive dopo che ha in mano tutti i dati storici necessari? Ma forse non è quella del ragazzo l’esperienza estetica uguale a quella che si provava nelle epoche passate quando l’originalità era una necessità e una realtà, il vecchio era tralasciato e il nuovo era dettato solo dalla corrispondenza di emozioni che si instaurava, mentre la comprensione oggi di un Bach, presuppone una preparazione specifica, sempre più urgente quanto più ci si allontana dal tempo e dalle sue categorie di comprensione? Il rivivere le musiche del passato non implica un estraniarsi nostalgico dal presente in nome di una supposta superiorità culturale e un volerlo imporre a tutti i costi al presente quando questi ha una sua musica, altrettanto valida nei contenuti e originale? In linea più generale, una cultura del passato, non implica forse nient’ altro che sé stessa e non trasmette altro che sé stessa senza agire nel presente se non attraverso una mediazione culturale sempre più inattingibile alla sensibilità odierna? Non è forse il caso di pensare che il musicista classico di oggi ha a disposizione una massa enorme di bella musica, ma che deve saper porgere dentro ai canali di trasmissione della cultura di oggi, dunque adeguandosi lui al pubblico e non viceversa, senza l’illusione che il tempo passato torni inalterato. La vera rivoluzione sarebbe inserire il classico nel moderno arricchendolo e non sostituendolo sulla base di preconcetti.
Se l’opera d’arte va giudicata solo secondo criteri propri e ad essa intrinseci, non si vede quale sia la difficoltà ad applicarla alla cosiddetta musica leggera, da film, jazz ecc., autentici prodotti del nostro tempo del tutto in sintonia con esso; piuttosto ci dovremmo chiedere se la musica classica sia autentico prodotto del nostro tempo o non una esclusiva di una cultura fuori dalla contemporaneità, retaggio sicuramente nobile, ma certo problematico: è evidente infatti che è una trasposizione esatta da un contesto che non è il nostro e che viene impiantata nell’oggi senza alcuna modificazione rispetto a quando fu concepita; invece, è profondamente mutato il contorno storico entro cui viene inserito, e questo non può offrire la stessa motivazione per cui quell’opera è nata e che obbliga l’ascoltatore ad avere categorie di comprensione improprie, spingendo questa musica a chiudersi in un circolo sempre più ristretto di persone. Vi è un’analogia perfetta fra gli artisti autentici del passato e i nostri bistrattati artisti d’intrattenimento: essi si propongono solo con la propria musica e con il proprio essere ora, e non si curano, se non marginalmente, della musica d’altri se non per apprendere ciò che è compatibile con l’oggi. Essi comunicano e ideano, chi con mezzi forse troppo semplici, chi con mezzi forse troppo complessi, chi con la capacità di esprimere solo sé stessi. Forse è da ritenere che proprio chi si aggrappa ai gloriosi tempi andati pone fine alla storia della musica, imbalsamando e cristallizzando un passato che diventa museo di opere, bellissime senza dubbio, ma destinate ad una infinita ripetizione di sé; per fortuna c’è qualcosa che a loro sfugge, ed è il formidabile motore creativo dell’oggi, vivo e fecondo: basta guardarci, nell’oggi, senza pregiudizi. FAUSTO CAPORALI


21/07/2012, 7:46
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