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Rivoluzioni III 
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Iscritto il: 16/05/2011, 18:48
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Messaggio Rivoluzioni III
Rivoluzioni III

Tre minuti possono contenere arte? Davvero sono solo canzonette quelle famigerate melodiette che fanno storcere il naso ai guru della classica? Davvero è tutto un mondo da buttare quello che è irretito irrimediabilmente dal vil denaro? Sono tutte domande abbastanza strane, a dire il vero, fatte solo da parte di chi si trova ad essere spettatore di generi musicali che non sono minimamente in crisi: si è già detto, la classica si rivolge ormai a pochi appassionati, CD titolatissimi si svendono a costi irrisori, la musica colta derivata dalla classica ha ancora meno pubblico e si sta esaurendo sotto il peso dell’incomunicabilità; dall’altra parte invece vi è un panorama musicale globale in incessante movimento con milioni (anche miliardi, planetariamente parlando) di fruitori in attesa delle novità, botteghini reali e virtuali che fanno sonoramente cassa, indotto e contorno mediatico che diffonde e divora le notizie. Naturalmente a noi non serve registrare una realtà evidente sotto gli occhi di tutti, ma tentare di decifrare situazioni; ebbene, prima di addentrarci nel dimostrare perché si può trovare arte anche in tre minuti leggeri leggeri e quindi dire che cosa è arte, restiamo sul leggero anche noi e vediamo come vi sia una correlazione fra tempo del vivere e musica.
A qualcuno sembrerà strano, ma la musica classica che noi oggi ascoltiamo in silenzio è stata per secoli sottofondo a situazioni esterne: chi riesce a capacitarsi del fatto che gli straordinari madrigali cinquecenteschi si cantavano durante i lauti banchetti dei nobili a beneficio del loro sollazzo e divertimento? Che le messe del Palestrina si eseguivano nelle solenni funzioni con popolo che in navata andava e veniva e diceva orazioni; che le sinfonie o le serenate di Mozart erano un lieve sfondo alle feste che periodicamente la nobiltà dava nei propri saloni, con cioccolata in tazza, chiacchere amabili e giochi di società. Per non parlare poi del nostro melodramma: i teatri erano ritrovi in cui si giocava a carte, si cenava, di leggeva il giornale, e si faceva pure altro ancora; si assisteva allo spettacolo conversando tranquillamente e quando veniva il momento del grande solista ci pensava una cannonata (sì, una cannonata) ad avvisare i presenti dell’avvenimento; era quindi musica d’uso, fatta per intrattenere, messa lì per colorare un tempo, per sentire una storia; il fatto poi che una sinfonia o un’opera durasse così a lungo (in realtà, lungo per noi) si spiega con il fatto che oltre a quelle circostanze, non vi era musica in circolazione e il resto del vivere era nel silenzio assoluto; con l’Ottocento la borghesia ha acquistato potere economico e politico, e ha utilizzato la musica nelle proprie riunioni e accademie; sviluppatasi l’idea di musica come espressione assoluta dello spirito, questa è diventata un momento di grande profondità da apprezzare in sé stesso, come colloquio di anime; così, da Wagner in poi, la musica si è ascoltata in religioso silenzio; quella che era una grande rappresentazione in note, è diventata icona dello spirito da ammirare slegata da qualsiasi contorno (ecco la sala da concerto, dove va in scena la musica e basta). Poco alla volta la musica da prodotto collettivo di una società è diventata il parto di menti autoreferenti che producevano capolavori sempre più individualistici; purtroppo poi questo comporre è andato complicandosi a dismisura e ha preteso una preparazione sempre più specifica dall’ascoltatore; poi ha espresso contenuti di crisi del linguaggio (ossia dissonanze su dissonanze); poi i mezzi di comunicazioni si sono diffusi presso un pubblico di massa; poi i tempi del vivere hanno subito una progressiva accelerazione e si sono disgregati in un movimento del vissuto quasi paranoico; poi la richiesta di musica si è rivolta a generi che riempissero i ritagli della giornata mentre l’autore o l’esecutore colto è andato per la sua strada solitaria fermo a quei tempi lunghi. Ed ecco che oggi tutto si muove e tutto cambia nello spazio di tre minuti. Ma dentro a quei tre minuti si è trovato il modo di lasciare un messaggio: è il messaggio del ritaglio, della frasetta che condensa un pensiero, a volte banale, ma a volte ben più profondo di certi testi di Mozart o Verdi (che librettisti che avevano! Molto meglio i De André o i De Gregori, sicuro), ma soprattutto ha parlato la lingua di chi ascolta e gli ha detto i suoi pensieri, come il madrigale diceva la frase petrarchesca d’amore al signorotto colto, come la polifonia esprimeva la magnificenza di una liturgia e di un potere, come Mozart regalava musichette facili e fatue storielle alle orecchie del “giovin signore”. (continua)


12/10/2011, 8:18
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