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Fausto Caporali
Iscritto il: 16/05/2011, 18:48 Messaggi: 14
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 La musica classica è morta? 3
E’ noto che qualsiasi musicista a questo punto accusa il pubblico moderno di ignoranza, e certamente ha ragione; ma il pubblico di oggi ha la sua musica, calibrata sulle sue esigenze e tempistiche, capace di dire le parole che egli usa, di rispecchiare i sentimenti che egli vive, di imprimersi nella sua memoria; non è detto che la spiegazione razionale dell’importanza e del valore di una musica automaticamente crei percezione estetica: la memoria è un fattore essenziale nel cogliere il bello estetico e se non vi sono adeguati riferimenti mnemonici durante l’ascolto non vi è residuo percettivo; in altre parole, occorre che vi sia uno stile entro cui una musica si muove perché questa sia capita e occorre che vi sia una carica emotiva di rimando perché vi sia percezione estetica. Le analisi di un brano possono creare ammirazione verso il brano, ma non necessariamente fanno cogliere il bello; l’esecuzione di una sinfonia classica dà la percezione della bellezza, ma non crea nella maggior parte delle persone quel sedimento su cui costruire un mondo estetico che entra nella vita di tutti i giorni; resta lì così, come un oggetto di lusso, mirabile ma quasi innaccessibile; al contrario la musica che si vive abitualmente non ha alcun bisogno di essere spiegata in dettagli tecnici, perché si colloca come continuazione di un vissuto. Probabilmente il vivere detta le sue regole più o meno inconsce e il bello estetico vi corrisponde in forme adeguate.
Vale la pena, comunque, interrogarsi su questioni generali: la musica classica ha maggior valore estetico della musica d’oggi, intendendo per musica d’oggi proprio la musica di consumo tanto vituperata? Il passato deve essere considerato luogo massimo e irripetibile della creatività musicale? In questo caso, dove sono le forze creative odierne? Nella musica colta contemporanea o nella musica d’intrattenimento? Come mai, se la musica di genio è solo quella del passato, il passato non considerava tale il suo antecedente ed anzi tendeva a dimenticarlo? L’atto creativo non ha piuttosto valore in sé, mentre il carattere di unicità geniale è una categoria inessenziale e sovrastorica, e dunque mutevole, della musica? E, in fin dei conti, in che cosa consiste la genialità di un’opera? Per non perderci nei labirinti dell’estetica ci limiteremo a ragionare sulla base della pura osservazione dei fatti, bastandoci arrivare a una salutare scepsi che dimostra soltanto la chiusura intellettuale di chi considera superiore la musica del passato a quella attuale, mentre invece non vi è nessuna differenza qualitativa fra le due manifestazioni di pensiero e il contenuto ideale dell’ultimo LP di Prince non è in nulla inferiore, come manifestazione creativa, alla Quinta di Beethoven.
Riprendiamo dunque le nostre domande e tentiamo di introdurre quantomeno il tarlo del dubbio a chi afferma che non vi è altra vera musica che quella classica; ci piacerebbe intanto che qualcuno definisse, in termini estetici, in che cosa consiste il valore della musica classica: nei dati tecnici? Da un punto di vista armonico, una canzonetta di Sanremo non è poi così lontana da quella di “ Non più andrai farfallone amoroso”: dove collochiamo l’eventuale differenza estetica? Il coro a bocca chiusa della Butterfly potrebbe assomigliare, strutturalmente, a qualche melodia di Morricone. Non sarebbe poi così facile diversificare il giudizio estetico in casi simili e dare la patente di validità all’uno e non all’altro basandosi su elementi costruttivi. Il valore estetico sta nell’originalità? E chi può negare che la musica moderna sia assolutamente nuova nel percorso della storia e mai apparsa prima d’ora; anzi, forse da questo punto di vista, dovremmo negare validità artistica alla musica dell’ultimo Bach, completamente fuori dal suo tempo e rivolto al suo passato più che al suo futuro. E che dovremmo dire di tutta la musica barocca, nella quale l’originalità era da intendersi come aderenza a figure retorico-musicali prefissate e adattate secondo un mestiere nel quale contava più l’artigianato che l’ispirazione? Se vogliamo essere franchi, un’ora di musiche barocche eseguite come si eseguono oggi, ossia in modo uniforme e incolore, dà un’impressione identica a quella di ritratti warholiani in cui cambia soltanto il colore e non l’immagine. Per chi conosce il mondo della canzone anche superficialmente non è per nulla difficile accorgersi della continua novità di ogni singola opera, vera idea del sé, imprevedibile e irriflessa, tesa naturalmente al nuovo nei suoni e nei testi: potremmo dire che vi è un flusso continuo creativo che tende a stupire e rinnovarsi. Come mai al confronto le esecuzioni di musica del passato sono sempre identiche? Forse perché sono relitti fossilizzati da conservare e ammirare; non può essere che il continuo ripetere le opere del passato porti certo all’esperienza estetica, ma anche a sottintenderle come già esperite e già consumate? Sembra infatti che l’occidente musicale abbia bisogno di “procedere” piuttosto che di “ripetere”, e, mi si perdoni se affermo semplicemente, senza soffermarmi, che è un dato costitutivo della cultura occidentale il fatto di non ripetersi, di evolversi e di sedimentare. Si dice, ed è la pura verità, che una Sinfonia di Beethoven ad ogni ascolto dice qualcosa di nuovo; nessuno in genere ne dice il perché, ma ciò è dovuto al fatto che è musica ricca di dettagli e ben fatta nei particolari (ecco la tecnica); ma, come ogni ragazzetto di oggi sa, lo stesso effetto lo fanno i masterpiece:, una canzone capolavoro, un assolo jazz da prendere a modello, una colonna sonora dai tratti inconfondibili e dai suoni strepitosamente freschi.
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