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House of violin
Iscritto il: 28/07/2011, 15:31 Messaggi: 280
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 The Tallis Scholar
A cura di FAUSTO CAPORALI
A sentire il parlare che se ne fa, sembrerebbe che una loro esibizione sia sempre lì pronta a sfornare una qualche bella acrobazia interpretativa, giusto per innaffiare l’emozione e mettere da parte la tentazione di ripassarsi il solito remake filologico. Sono i Tallis Scholars, storico gruppo inglese specializzato nel repertorio rinascimentale, a riscaldare le aspettative ogni volta e promettere il classico picco d’audience: ma sì, metteteci un curriculum coi fiocchi, un parco discografico invidiabile, un programma di evergreen d’archivio e il pubblico metterà da parte qualsiasi slancio di fantasia intellettiva per prendere come oro colato ogni nota che provenga da loro. Quel che ti fanno ascoltare è quanto di più pulito e ben costruito si possa pretendere oggi in fatto di polifonia classica: intonazione che ci si può accordare un pianoforte, fusione di voci tipo organo a canne, precisione degli attacchi a chiodo, colore dell’insieme a 18 carati, e via dicendo; peccato che il tutto suoni oggi, anche alla luce della filologia, come irrimediabilmente ovvio, come ennesima lettura raffreddata della storia, come assenza di sfumature interpretative e come un inno alla propria bravura da vecchio sir inglese. Quando la lettera prevale sullo spirito, e cioè ci si attacca alle note come principio e fine di ogni esecuzione, beh, allora può capitare che uno non si accorga per esempio che se un tempo cantavano solisti - compositori, vorrebbe dire che anche oggi magari si potrebbe rischiare di infiorettare qualche parte, giusta le testimonianze storiche di “contrappunto alla mente” (che sarebbe né più né meno, saper improvvisare vocalmente su un’armonia sottostante); e ancora: se le parole dei testi avevano un senso, anche l’espressività che ne seguiva dovrebbe essere ripristinata oggi, miserere vuol dire “abbi pietà” e alleluja vuol dire “giubilate, gente”, parole che non dovrebbero essere cantate con lo stesso tono di voce; o che, sempre giusta le testimonianze antiche, se si praticavano effetti di voci, piani e forti, rallentandi e giochi di agogica, chiaroscuri e quant’altro solleticava l’orecchio, magari qualche colore in più lo si potrebbe inventare pure in esecuzioni moderne, magari a pennellate vigorose; insomma, la musica e i suoi protagonisti facevano spettacolo a forza di fuochi d’artificio vocali, i cantori erano attori consumati, e c’è da dubitare che si permettessero di eseguire frasi identiche una dopo l’altra (e quando mai un musicista lo farebbe?) o note impassibili e fisse (dove sta scritto?) o giochi di echi più immaginari che reali, in modo da disegnare un pastone musicale identico dall’inizio alla fine non solo di un brano, ma di un concerto addirittura... Come può essere che uno Stabat Mater sia eseguito uguale a un Magnificat? E potremmo citare l’Allegri e il miracolo del Miserere, quel brano che incantava gli ascoltatori nell’esecuzione della Cappella Sistina durante le celebrazioni del Venerdì Santo. Già, il Miserere; non v’è partitura come questa che la storia testimonia come reinterpretata continuamente e come luogo di creazione estemporanea, essendo tra l’altro la musica originale di una semplicità disarmante; la realtà era che alle note scritte vi si aggiungevano note e notine improvvisate, le si variavano col gusto dei tempi, si mettevano in mostra virtuosità e vaghezze, sospiri e gemiti, controcanti e pause; appunto, il di più lo mettevano solisti di grande personalità imbevuti del senso delle parole e dello spettacolo, non coristi della migliore acqua. Se si esegue la partitura con tutta la perfezione possibile ma senza uscire dalle note scritte, si disegna uno scheletro probabilmente privo del calore comunicativo d’un tempo; e il sentirsi i versetti del salmo monotonamente uguali fa pensare che questa musica è consegnata definitivamente al freezer dei filologi più che al giardino dell’arte. Ma tant’è, oggi va così e il di più dobbiamo provare a immaginarcelo.
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